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Quegli aerei scomparsi sulle Alpi durante il conflitto

La misteriosa storia di un bombardiere americano, caduto sul Monte Bianco quasi settant’anni fa, ha ispirato un documentario, finanziato anche mediante il «Crowdfunding» e presto in distribuzione. Pochi sanno che le cime delle Alpi custodiscono la memoria di alcune gravi tragedie dell’aria. Dove il dramma si incrocia con le vicende belliche

È uno dei più misteriosi disastri aerei mai avvenuti nella storia dell’aviazione. Eppure, non è certo tra i più noti: in molti, infatti, ignorano la vicenda di quel quadrimotore B-17 che, nel novembre del 1946, precipitò sulle Alpi tra Italia e Francia.

Ma andiamo con ordine, ripercorrendo che cosa accadde veramente.

Tutto comincia il 1° novembre 1946 a Napoli, quando il B-17 G (matricola 43-39338)  appartenente al 15° Squadrone del 61° Gruppo Trasporto Truppe dell’USAAF (United States American Air Force: Aeronautica degli Stati Uniti) decolla dall’aeroporto di Napoli Capodichino. La destinazione finale è lo scalo di Bovingdon, nel Regno Unito, vicino alla costa della Manica. Chiamato anche «Fortezza Volante», il B-17 è a quel tempo uno dei quadrimotori statunitensi più famosi, primo in assoluto a essere costruito in grande serie. Entrato in servizio nel 1938, ha partecipato attivamente al Secondo Conflitto Mondiale.

La guerra è ormai finita da un anno e mezzo, ma in quel periodo molti esemplari continuano a prestare servizio in svariati impieghi, e con varie aeronautiche del mondo. Il volo decollato da Capodichino verso l’Inghilterra è un trasferimento di personale: a bordo vi sono otto uomini, di cui tre alti Ufficiali delle Forze Armate USA. L’esemplare è di recentissima costruzione: non ha ancora totalizzato 200 ore di volo, e i piloti sono di grande esperienza. Passano le ore e, dopo aver segnalato la propria posizione all’altezza della Liguria, il B-17 scompare senza lasciare traccia. Le continue, intense ricerche, si protraggono per ben diciotto giorni, ma invano: il velivolo ed i suoi occupanti sono così dichiarati dispersi.

Passano alcuni mesi finché, nell’estate del 1947, una pattuglia francese di «chasseur alpins», del 99° battaglione di fanteria alpina di stanza a Bourg Saint Maurice, in perlustrazione sull’Aiguille des Glaciers a sud est del Massiccio del Monte Bianco (a 3.800 metri di altitudine), si imbatte in una serie di rottami, chiaramente di matrice aeronautica. Dall’esame dei resti, e soprattutto delle sigle e dei codici di identificazione, si riesce a risalire al velivolo scomparso, e ad accertare così la fine di quanti si trovavano a bordo.

Si ricostruisce così che il B-17 era impattato proprio sul filo della cresta montuosa che segna il confine tra Francia e Italia. E questo, per ragioni probabilmente riconducibili al maltempo, e al disorientamento del pilota: l’aereo si era trovato, inspiegabilmente, a 90 miglia dalla rotta che avrebbe dovuto percorrere. In seguito all’urto, e alla posizione, rottami e corpi delle vittime si erano dispersi sui ghiacciai sottostanti i due versanti della montagna che, in breve tempo, ne avrebbero inglobato i resti. Dieci anni dopo, nel 1957, in seguito al movimento naturale dei ghiacci e al progressivo ritiro degli stessi, dal ghiacciaio d’Estellette cominciano ad affiorare altre tracce del velivolo: siamo poco a monte del rifugio Elisabetta Soldini nei cui pressi, nel 1979, vengono finalmente rinvenuti i primi resti umani dello sfortunato equipaggio. A partire dagli anni Ottanta anche il Glacier des Glaciers, sul versante francese, inizia a restituire altre parti dell’aereo: da allora in poi, i ritrovamenti di oggetti, effetti personali, indumenti, strumenti e quant’altro, diventano sempre più numerosi. Si susseguono testimonianze da parte di alpinisti ed escursionisti su parti di maggiori dimensioni, avvistati nei ghiacci o ritrovate in luoghi inaccessibili. Ulteriore documentazione viene fornita dai geologi impegnati nel monitoraggio dei ghiacciai del Monte Bianco: il relitto del B 17 diventa così una significativa, e singolare testimonianza, su come l’enorme massa di ghiaccio stia rapidamente – seppure impercettibilmente – arretrando.

Si arriva così, come nelle fasi finali e sempre più concitate di un appassionante, drammatico romanzo, ai giorni nostri. Nell’autunno del 2010, con l’impiego di un elicottero, si procede al recupero di una delle quattro eliche del B-17: avvistata negli anni Settanta, per puro caso, dalla guida alpina Edoardo Pennard durante un’escursione sull’Aiguille des Glaciers, era rimasta incastrata tra le rocce a 60 metri dalla cima, verosimilmente non molto lontano dal punto sulla cresta della montagna dove l’aereo, alcuni decenni prima, si era schiantato. Col tempo si era spostata qualche decina di metri più a valle, al fondo di uno stretto canalone, sull’orlo del precipizio che l’avrebbe consegnata per sempre al Ghiacciaio dell’Estellette. Dopo il recupero, è stata trasformata in una stele commemorativa.

Tra ricordo e curiosità

Il continuo affiorare di reperti ha suscitato, nel tempo, la curiosità di molti: non solo dei residenti locali, ma di chiunque fosse animato dal desiderio di capire cosa fosse successo quella notte di tempesta nel novembre 1946. E fu così che nel corso degli anni, man mano che dai ghiacci emergevano tracce dell’aereo, si formò spontaneamente un gruppo di persone legate da questo interesse comune. L’iniziativa di questo gruppo avrebbe portato alla nascita del Comitato per la Commemorazione dei B-17 dell’Aiguille des Glaciers. Oltre a contribuire alla ricostruzione delle circostanze della caduta dall’analisi dei documenti ufficiali, il Comitato ha tra i suoi obiettivi anche la promozione di tutte le attività finalizzate alla commemorazione del tragico evento. Una delle prime attività concretamente tangibili è stata, nel settembre del 2011, una toccante cerimonia sulla montagna, nel corso della quale – alla presenza dei parenti dell’equipaggio del velivolo – sono state posate le prime targhe commemorative della loro prematura scomparsa.

Alla vicenda del B-17 e del graduale ritrovamento, negli anni, di quello che ne rimane, verrà a breve realizzato un documentario, la cui ultimazione è prevedibilmente attesa entro quest’anno. Al finanziamento di questo progetto televisivo si sta procedendo anche tramite la sempre più diffusa pratica del «crowdfunding», mobilitando risorse – e donazioni – grazie al portale dedicato al disastro del 1946, anche con modalità di marketing piuttosto aggressive, che per qualcuno rasentano la spregiudicatezza. Chi infatti desiderasse contribuire in misura più consistente, può beneficiare – oltre al DVD del documentario – anche di una parte di rottame del B-17. Se poi l’elargizione è ancora più generosa, è prevista anche l’effettuazione di un tour guidato, di due giorni, sul luogo del disastro…

Ma quale fu la causa dell’incidente del B-17? Le ragioni della deviazione di rotta non vennero mai chiarite: si sa per certo che l’aereo aveva deviato la rotta a causa del maltempo, sorvolando Genova invece di Marsiglia, e che il pilota si era trovato a dover attraversare le Alpi a una quota inferiore a quella prevista. Le difficili condizioni atmosferiche, l’orario notturno (il disastro avvenne alle 4.00 del mattino) e la presumibile scarsa o nulla conoscenza dei luoghi crearono un devastante concorso di circostanze, dall’esito infausto. Se una Commissione d’Inchiesta, oggi, esaminasse il caso, sarebbe più propensa a considerare, come il principale fattore di incidente, la formazione di ghiaccio sulle ali. Sebbene questo fenomeno, a quei tempi, fosse ovviamente già noto, la maggior parte dei piloti non riusciva ancora a percepire pienamente la velocità con cui l’accumulazione poteva verificarsi. E per molti anni, gli effetti potenzialmente catastrofici di un quasi istantaneo accumulo di ghiaccio sono rimasti largamente sconosciuti: sarebbero tornati drammaticamente alla ribalta, in tempi più recenti, nell’autunno del 1987, quando un ATR 72 decollato poco prima da Milano alla volta di Colonia, precipitò improvvisamente nei pressi di Conca di Crezzo, nei pressi di Lecco. 

Da «Miss Charlotte» a «Lady Irene»: i tanti misteri della guerra

 

Quello rimasto sul Monte Bianco non è l’unico B-17 schiantatosi sulle Alpi. Il 10 settembre del 1944 un velivolo simile, battezzato «Miss Charlotte», decolla da Algeri per una missione segreta. L’aereo ha 9 membri di equipaggio, e deve paracadutare viveri, radio e munizioni ai partigiani in azione nell’alta Val Pesio (CN). Qualcosa però va storto, anche in questa occasione per le pessime condizioni atmosferiche: probabilmente il navigatore si confonde tra le spesse nuvole fino a perdere l’orientamento, e mentre il quadrimotore segue la rotta sud impatta sulla Grange Mioul, in valle Argentera, a ridosso del confine italo-francese e a circa venti chilometri a ovest di Limone Piemonte. Il terribile schianto non lascia superstiti, e viene udito in tutte le valli circostanti, perfino al Sestriére, mentre i rottami si spargono per centinaia di metri. Le ricerche, avviate nella zona dove era previsto il lancio, e in mare fra Sardegna e Corsica, sono interrotte il 14 settembre, quando l’aereo viene dichiarato disperso. Pochi giorni dopo, alcuni partigiani riescono a raggiungere il velivolo, ma non possono fare altro che seppellire sommariamente l’equipaggio. La neve di quell’inverno arriva prima del solito, e ricopre tutto col suo spesso velo bianco. Solo il 2 agosto del 1945, a ostilità cessate, le truppe USA possono effettuare il ritrovamento ufficiale del relitto, e dare degna sepoltura alle vittime del disastro. Nella zona sono tuttora presenti numerosissime testimonianze del B-17 e ogni anno, con le autorità locali, sono celebrate commemorazioni ufficiali.

Una vicenda piuttosto simile, però ammantata da una spessa coltre di mistero, risale al 4 ottobre del 1944, poche settimane dopo la caduta del B-17 in Piemonte. Diverso il velivolo – stavolta era un B-24 Liberator, sempre dell’USAAF – simile la missione: sganciare viveri, armi e rifornimenti ai partigiani, paracadutando anche agenti in missione oltre le linee nemiche. Il quadrimotore «Lady Irene» è diretto nelle montagne lombarde, con lo scopo di effettuare lanci in alta Lombardia: la missione è segretissima, e fra i tredici occupanti dell’aereo tre sono italiani, reclutati dai servizi segreti americani. E i nomi di due di loro non sono, a tutt’oggi, ancora stati resi noti.

Al tempo della missione del «Lady Irene» l’Italia del Sud e Roma sono già state liberate, ma si continua a combattere sulla linea Gotica: siamo solo all’inizio del lungo inverno 1944-45, e dagli aeroporti del Nord Africa decollano centinaia di bombardieri per colpire le città e le installazioni strategiche. Gli aerei che invece riforniscono i partigiani, e le truppe nascoste nelle montagne del nord partono dai territori italiani già liberati dagli Alleati. «Lady Irene» è uno di questi: decolla da Brindisi col suo misterioso carico e gli ancor più segreti passeggeri, che devono essere paracadutati in località Monasterolo (BG). Ma una volta raggiunte le Alpi Orobie nella zona di Oltre il Colle, sempre in provincia di Bergamo, dove sono previsti i primi lanci, avviene il disastro. Anche in questo caso, tutto è in conseguenza delle condizioni atmosferiche sfavorevoli: il pilota, trovandosi a «riattaccare» dopo aver effettuato un lancio, non riesce a riprendere quota, e si schianta sul crinale del Monte Menna in località Pezzadello, a 2.300 metri di altitudine. Sarebbe bastato riuscire ad alzarsi di qualche metro ancora, per superare la cresta montuosa e portare a termine la missione. Qualunque fosse stata la sua natura. L’aereo invece tocca terra con la parte inferiore della fusoliera ed esplode immediatamente. Disperdendo i rottami nell’area circostante.

Le vittime, provvisoriamente seppellite dai partigiani sulla montagna, saranno poi trasferite nel 1947 dal governo americano a Saint Louis. Fin dal primo momento, i rottami metallici sono utilizzati dagli abitanti per ricavarci secchi, utensili da cucina, paralumi e altro (in tempo di guerra, tutto serve e nulla si getta). Ancora oggi, sul Monte Menna si trovano effetti personali degli aviatori, pezzi e reperti di quell’aereo: anche se in buona parte sono custoditi nel museo di Luigi Borlini di Gorno la montagna e i prati, di tanto, in tanto, restituiscono qualche cimelio di metallo, reperto di un episodio drammatico di un periodo storico terribile.

[ Alessandro Ferri ]

 

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