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Roma: dal Museo delle Mura di Porta S. Sebastiano alla Chiesa del «Domine, quo vadis?»

Un breve itinerario dall’antico al moderno all’inizio dell’Appia Antica; poco conosciuto, offre spunti di grande suggestione ed una valida sosta «prandium»

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Non è detto che gli itinerari più interessanti siano fuori dalle nostre città, anzi! Ne è dimostrazione questo breve itinerario romano che comprende una piccola parte iniziale dell’Appia antica e che inizia e termina con i due punti di grande suggestione e interesse citati nel titolo: il Museo delle Mura, posto all’interno di Porta S. Sebastiano e la suggestiva Chiesa del «Domine, quo vadis?», ovviamente l’itinerario potrebbe allungarsi tanto quanto è lunga la parte romana dell’Appia antica su cui si sono scritti interi libri e quindi noi ci limitiamo a suggerire qualcosa che richieda una mattinata e che chi vuole potrà concludere con un pasto in stile romanesco.

Data la collocazione del Museo, iniziamo con un cenno al complesso della Porta di S. Sebastiano che, di grande imponenza, è perfettamente inquadrata nel perimetro delle mura Aureliane che demarcavano il territorio urbano dalle aree ad esso esterne e che da sola merita di essere ammirata per la sua imponenza.

Porta di San Sebastiano

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Questo è il definitivo nome della porta che non appena costruita venne chiamata Appia per diventare, nel medioevo Daccia e Dazza ed infine Porta di San Sebastiano, in onore dell’omonimo martire cristiano sepolto nella basilica a Lui dedicata (via Appia, 136).

In origine la porta era a due archi gemelli, con facciata in travertino e due torri semicircolari ai lati; l’opera era evidentemente difensiva poiché al primo piano delle torri si trovavano le camere di manovra delle armi.

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1e prime trasformazioni della porta furono eseguite dall’imperatore Flavio Onorio (rifacimento delle mura e nuove torri più alte delle precedenti che vennero inglobate); successivamente le torri vennero incorporate negli alti bastioni che ne lasciarono emergere solamente un piano; la costruzione mantenne il suo carattere difensivo poiché il primo piano dell’attico era stato riservato alla manovra della saracinesca per la chiusura della porta, vi sono ancora le mensole in travertino che sorreggevano le corde per muovere la grata lungo gli stipiti interni dell’arco di ingresso. Tracce di questi lavori sono ancora ben visibili all’interno del Museo.

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Tra il VI e il IX secolo il fronte del bastione, indebolito dal tempo, crollò a causa di alcune scosse di terremoto e, in occasione dei lavori di ricostruzione, vennero eliminate le volte in muratura che suddividevano le torri in tre piani.

L’ultimo rimaneggiamento fu caratterizzato dall’innalzamento di un ulteriore piano dell’intero complesso (torri più attico) che in tale forma arrivò sino ai nostri giorni.

Ulteriori restauri furono effettuati nel 1700 e nel 1800 mentre, tra il 1939 e il 1943, l’edificio fu concesso in uso al segretario del partito fascista Ettore Muti contro il parere della Ripartizione Antichità e Belle Arti (nulla di nuovo sotto il sole).

Il Museo

Il segretario Muti, che volle adibire l’immobile ad abitazione e studio privato, fece ricostruire alcuni solai crollati ristabilendo l’originaria suddivisione in due piani, anche se di altezza diversificata e ben differente da quella originaria visti i lavori di sopralzo nel frattempo intervenuti; anche la suddivisione degli ambienti interni venne modificata innalzando muri divisori e scale, rifacendo pavimentazioni in travertino e mattoni ed infine inserendo al primo piano, due grandi mosaici a pavimento, secondo lo stile fascista che si rifaceva chiaramente alla grandezza dell’epoca romana.

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Dopo la seconda guerra mondiale la Porta tornò di proprietà del Comune che iniziò il progetto per la realizzazione del museo delle mura e qui i tempi, anche questa non è cosa nuova, si dilatarono a dismisura. Lo stesso sito del Museo precisa che “una parte dei locali della Porta fu adibita ad alloggio di servizio per il custode e la sua famiglia. Il resto degli ambienti nel 1960 fu ceduto in uso al Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale alle Antichità e Belle Arti, perché vi installasse un Ufficio speciale dell’Appia Antica e poi un museo della via Appia; a tale scopo furono anche effettuati diversi lavori di trasformazione di alcuni vani, ma il previsto Ufficio non entrò mai in funzione”.

Nel 1970 Il monumento tornò al Comune che nel 1971 vi allestì il Museo delle Mura collegandolo con il tratto di cammino di ronda coperto fino alla via C. Colombo; l’istituzione ufficiale del Museo con delibera del Consiglio Comunale si ebbe però nel 1989 mentre gli ultimi interventi di restauro e manutenzione ebbero luogo nel 1999, nell’ambito del programma generale di riqualificazione delle Mura urbane in vista del grande Giubileo del 2000; questi ultimi lavori permisero l’apertura al pubblico.

Il percorso della visita – che si svolge al primo e secondo piano della porta – è suddiviso in sezione antica, medievale e moderna e si compone di pannelli didattico-fotografici posti all’interno di alcune sale, belle anche nude per la loro architettura ed i reperti incorporati, arricchite con plastici e affreschi.

I pannelli aiutano a comprendere la storia delle fortificazioni della città sia sotto il profilo storico (dalla loro edificazione alla loro evoluzione nel tempo) e sia progettuale (dalle tecniche costruttive alla tipologia delle porte per finire con le diverse trasformazioni e successivi restauri); alcuni plastici rappresentano le varie fasi costruttive delle mura aureliane mentre uno rappresenta Roma con i tracciati delle sue fortificazioni.

Al secondo piano si trovano le sezioni, medievale e moderna, che evidenziano l’evoluzione del rapporto fra le mura aureliane e l’abitato. Interessanti i calchi in gesso delle croci incise nella pietra sopra gli archi di ingresso di alcune porte che si trovano lungo le stesse mura.

Dal secondo piano si accede alla terrazza, una visita assolutamente da non mancare per il colpo d’occhio mozzafiato a 360 gradi che offre tanto sull’Appia antica, sui suoi monumenti, sul tanto verde e sulle residenze private altrimenti completamente nascoste al viandante, quanto – dando le spalle all’Appia antica – all’area interna che si spinge in direzione di piazza Numa Pompilio, appena prima dell’area delle Terme di Caracalla.

La visita alle Mura

Riscendendo dalla terrazza si trova l’accesso al cosiddetto Camminamento delle Mura, anch’esso da non perdere: usciti dal Museo dall’accesso ritratto nella foto che segue:

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Dopodiché si accede ad un tratto agibile di 350/400 metri del cammino di ronda: dapprima si entra in una galleria coperta – alta, stretta e con un fondo risistemato ma a tratti irregolare – che attraversa dieci torri per poi sfociare in un tratto a cielo aperto delimitato da merli.

Chi osserva questo camminamento con occhi da bambino (il Piccolo Principe insegna) immaginerà l’animazione delle milizie che spiavano il nemico, o addirittura lo combattevano dalle strette feritoie aperte nelle nicchie ricavate nello spessore delle mura del V secolo d.C., che gli arcieri utilizzavano che respingere gli attacchi dall’esterno.

Tramite alcune scale dai resti ancora visibili si saliva all’interno di alcune torri che ospitavano camere di manovra oramai perdute. Numerosi sono stati nel corso dei secoli rifacimenti e adattamenti fra cui molto evidenti sono delle feritoie quadrate aperte nel 1848 adattando quelle strette per gli arcieri all’utilizzo da parte dei fucilieri.

Il Museo, chiuso nel 2001 a causa del crollo di parte delle Mura Aureliane e riaperto nel 2006, è stato allestito all’interno della «Porta» e per accedervi è sufficiente dare le spalle all’Appia Antica, superare l’arco e piegare a sinistra dello slargo; lì, al n° 18 di Via di Porta San Sebastiano, si trova l’ingresso. Chi invece proverrà dalle Terme di Caracalla e dintorni, dovrà attraversare piazza Numa Pompilio, salire lungo Via di Porta San Sebastiano (molto suggestiva ma occorrerà fare un po’ di attenzione in quanto non esistono marciapiedi e non tutti gli automobilisti osservano i limiti imposti…) e, superare il bell’Arco di Druso che precede la Porta stessa, piegare a destra dove troverà l’ingresso.

A poca distanza, oltre la Porta

Uscendo da Museo e lascatoci l’Arco alle spalle, si imbocca Via Appia Antica (siamo già all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica: http://www.parcoappiaantica.it ) e si procede a piedi in direzione della Catacombe di San Callisto. Si tratta di un tratto di circa un chilometro in cui, dopo esser passati attraverso un sottopasso ferroviario, supereremo, probabilmente senza notarlo, un piccolo corso d’acqua affluente del Tevere, l’Almone.

L’ex Cartiera Latina

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Proprio all’Almone si deve l’esistenza di questo interessante insediamento industriale recuperato dal Parco dopo la sua chiusura avvenuta nel 1985. L’ex Cartiera Latina era uno dei più grandi stabilimenti di produzione di carta del Centro Sud il cui primo insediamento risale addirittura al 1061 ed è uno dei pochi impianti industriali sopravvissuti nella città di Roma.

La struttura del primo secolo dello scorso millennio era originariamente adibita alla follatura dei panni di lana e con tale funzione arrivò sino al 1600. La valca – questo il nome del prodotto – era destinata ai Padri Cappuccini che la utilizzarono fino all’inizio del 1800 per realizzare tessuti di lana dopodiché la struttura fu modificata e nel 1912 nuovamente trasformata per ricavare carta dagli stracci di lino e cotone.

L’impianto e la relativa area anche verde con percorsi guidati riservati ai più piccoli ed aree attrezzate per pic-nic, ha il suo ingresso al n. 42 dell’Appia Antica, ed ha il grande pregio di non essere immediatamente identificabile dalla strada nell’impianto industriale che era, successivamente trasformato in una interessante testimonianza di archeologia industriale concessa nel 1998 al Parco Regionale dell’Appia Antica, che ne ha fatto la propria sede.

Chiesa del «Domine quo vadis?»

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A non più di 200 metri dall’ex Cartiera, posta proprio sul bivio tra Appia Antica e Via Ardeatina, troviamo la Chiesa del «Domine quo vadis?», frutto di un rifacimento seicentesco di una cappelletta del IX secolo.

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La facciata è estremamente sobria, con un’altezza sottolineata da due lesene laterali; il timpano a base aperta che caratterizza la sommità della Chiesa ospita lo stemma della famiglia Barberini mentre l’altro timpano (riproduzione ridotta di quello superiore) posto sopra il portone è a sua volta sormontato da una grande finestra rettangolare verticale che «lega» i due timpani e movimenta la facciata stessa.

Entrando ci si trova un ambiente raccolto, caratterizzato da un’unica navata e da dimensioni limitate; il semplice altare su cui è collocata l’immagine della Madonna del transito, dalle due pareti laterali che ospitano due affreschi rappresentanti la Crocifissione di Gesù e la Crocifissione di Pietro. Sopra l’altare, in una lunetta, si nota l’affresco l’Incontro di Gesù con Pietro. L’unica cappella laterale ospita l’affresco San Francesco e il panorama di Roma con le sue Chiese.

La chiesa è stata originaria venne edificata sul luogo dove (secondo quanto «testimoniato» negli Atti di Pietro), l’apostolo, che lasciava Roma per sfuggire alle persecuzioni di Nerone contro i cristiani, avrebbe avuto la visione di Gesù al quale chiese «Domine, quo vadis?», (tr. “Signore, dove vai?”), che gli rispose «Eo Romam iterum crucifigi» (“Vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo” e Pietro comprese che sarebbe dovuto tornare sui suoi passi per affrontare il suo destino.

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L’episodio sarebbe suffragato dalle impronte dei piedi che si dice Gesù avesse lasciato su una pietra oggi conservata – protetta da una grata – al centro della chiesa; in realtà si tratta di una copia, peraltro molto suggestiva, di un rilievo conservato nella vicina Basilica di San Sebastiano fuori le mura. Questa la leggenda attribuita a fonti apocrife del II secolo, e diffusa grazie alla scoperta delle due impronte (che ovviamente stride con la percezione materialistica delle cose e non spiega, se non con la Fede e nel Credo che ne discende, come una visione possa lasciare delle impronte ndr); ed infatti l’ipotesi più accreditata suggerisce che tali impronte siano in realtà un ex voto per il dio pagano Redicolo, offerto da un viaggiatore non si sa se prima di partire o dopo il suo rientro.

Le impronte sono lunghe 27,5 cm, misura di piede notevole per l’epoca (il che, guardando alle ricerche effettuate sulla Sacra Sindone di Torino, potrebbe essere compatibile con l’altezza di Gesù, stimata da studi del periodo dei Savoia in 183 cm mentre studi più recenti la elevano a 188 cm ndr.).

Ed ora a tavola!

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Prima di arrivare alla Chiesa del «Domine quo vadis» e dopo aver superato di pochissimi metri l’ex Cartiera Latina, troviamo «Sapori e Motori», (Via Appia Antica n. 46) un locale familiare in cui la passione per i motori, particolarmente quelli d’epoca, la fa da padrone.

La denominazione è confermata dal bancone che ospita un busto bronzeo di un pilota d’antan, dalle foto, dai pezzi di auto appesi alle pareti ed esposti nelle vetrinette ed ancora dalle locandine, dai quadri e dalle fotografie.

Menù che potremmo definire più che casareccio, familiare; non troppi piatti ma tutti piuttosto curati nel loro genere: se non cercate risotto con scaglie d’oro, caviale e aragosta in bellavista ma vi «accontentate» di ottime zuppe di verdure, di qualche primo della tradizione romana, di buoni secondi rustici, è il posto che fa per voi anche perché i prezzi non sono assolutamente impegnativi (abbondantemente meno di una quarantina di euro per due persone con 2 primi, un secondo, due contorni, un dolce, acqua minerale, vino e caffè).

Accoglienza cordiale e tempi di attesa nella norma ma, c’è da dire, noi siamo arrivati attorno a mezzogiorno ed eravamo i primi. Abbiamo controllato su Trip Advisor i diversi commenti 2016 e tutti, tranne uno, confermano la nostra buona impressione su cucina ed accoglienza mentre qualcuno ha lamentato (non più di tanto) tempi d’attesa un po’ lunghi forse dovuti alle caratteristiche di un’impresa familiare e dal fatto che tutto viene preparato espresso.

Altra caratteristica positiva è la presenza di uno spazioso parcheggio privato con ingresso sempre su Via Appia Antica (in realtà noi abbiamo scoperto il locale girando dietro all’ex Cartiera Latina dalla cui area verde siamo passati, senza soluzione di continuità, al parcheggio di «Sapori e Motori»).

Ci torneremo in inverno, anche perché il camino acceso contribuisce non poco a scaldare l’atmosfera.

[ Giovanni Notaro ]

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