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Distanza vo cercando

Il mancato rispetto della distanza di sicurezza è una delle più gravi cause di incidenti stradali. Ma mentre il nostro Codice della Strada rimane sul generico, altrove esistono i metodi per determinarla con maggiore chiarezza. E gli strumenti per farla rispettare

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Molti di noi, forse tutti, pur guidando da anni, non riescono ad abituarsi ad avere i veicoli che ci seguono troppo da vicino. Spesso, in auto, capita di avere l’impressione che i guidatori del veicolo dietro di noi, più che essere seduti nella loro vettura, siano in realtà accomodati nel sedile posteriore, al punto che magari ci viene voglia di fare due chiacchiere. Tanto è consolidato nel nostro paese questo spiacevole comportamento, che in caso di frenata violenta la paura più immediata è quella di essere tamponato da chi ci segue.

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Il mancato rispetto della distanza di sicurezza è una delle cause più gravi di incidenti stradali: quasi quanto la velocità eccessiva. Nel 2012 (dati Istat) gli incidenti causati dal non rispetto della distanza sono stati il 10,2% sul totale (9,1% in ambito urbano, 13,4% su strade extraurbane), a fronte del 10.8% provocato dalla velocità non adeguata o eccessiva (9% su strade urbane, 16% su quelle extraurbane).

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La distanza di sicurezza, come si vede, ha la sua importanza. Eppure il Codice della Strada, su questo aspetto, non stabilisce precetti specifici, se non in determinati casi, lasciando ampio spazio all’intuito e al senso di responsabilità di chi guida. Vediamo in dettaglio come stanno le cose: l’art. 149 impone al guidatore un’andatura commisurata alle circostanze, e che a conduzione del proprio veicolo avvenga in modo tale da poterlo arrestare senza problemi qualora il mezzo che precede si fermi all’improvviso. Sì, ma a quanto si deve stare dal veicolo che abbiamo davanti? Non è prescritto un valore preciso: solo in determinate circostanze (come ad esempio in alcuni tunnel, o in presenza di macchine sgombraneve, o quando i mezzi pesanti sono soggetti a divieto di sorpasso su strade a corsia unica) sono stabilite distanze determinate tra un veicolo e l’altro.

Il Regolamento di Attuazione, nel primo comma dell’art. 348, non contribuisce granché a individuare dei criteri specifici: tutto è rimesso, ancora una volta, al buonsenso del guidatore, che deve commisurare la distanza di sicurezza «alla velocità, alla prontezza dei riflessi del conducente, alle condizioni del traffico, a quelle plano altimetriche della strada, alle condizioni atmosferiche, al tipo e allo stato di efficienza del veicolo, all’entità del carico, nonché ad ogni altra circostanza influente». Più chiaro, invece, il disposto del secondo comma, che prescrive come la distanza di sicurezza debba essere «almeno uguale allo spazio percorso durante il tempo che passa tra la prima percezione di un pericolo, e l’inizio della frenata». C’è un criterio, se non altro, ma non c’è ancora un parametro preciso cui fare riferimento, dato che i criteri di percezione possono variare soggettivamente da individuo a individuo.

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In Germania non è così: in autostrada, in particolare, vige un criterio ben definito: sulle «autobahnen», infatti, ci si basa sul principio che la distanza viene determinata di momento in momento, ottenendola dalla velocità divisa per due e convertita in metri. Sembra difficile, ma non lo è: in pratica, un’auto che procede a 100 km/h dovrà stare a 50 metri da quella che procede davanti, a 60 metri se va a 120 km/h e via elencando. Questo elementare e funzionale criterio è poi ribadito, con teutonico pragmatismo, dalla regola «dei due secondi». Vale a dire che, tra il passaggio di un’auto e di un’altra dovranno trascorrere almeno due secondi, calcolati dal momento in cui l’auto che ci precede attraversa, per esempio, un cavalcavia, o transita vicino ad altro punto di riferimento (segnale, ecc.). È un metodo semplice e comprensibile nella sua adozione, la cui efficacia poggia, peraltro, da due aspetti non secondari: il primo, squisitamente tecnico, è costituito dalla presenza diffusa di efficienti apparati di controllo, che verificano il mancato rispetto della distanza di sicurezza ed emettono, automaticamente, la contravvenzione qualora il trasgressore si avvicini troppo al veicolo che precede. Un po’ come avviene con i vari misuratori di velocità a postazione fissa (come il ben noto «Tutor», per esempio). Il secondo aspetto è un mero principio giuridico, e consiste nel fatto che il mancato rispetto della distanza di sicurezza può essere equiparato, qualora il veicolo che segue chieda strada con insistenza, a una forma di violenza privata.

Tutto ciò premesso, non sorprende come in Germania la distanza di sicurezza sia dunque percepita come qualcosa di assolutamente sacro, e altrettanto chiare le ragioni per cui questo paese possa permettersi, come noto, di non avere limiti di velocità su un terzo della sua rete autostradale.

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In Italia, invece, niente di tutto questo: a complicare le cose, poi, le regole imposte nei tunnel, che prescrivono una distanza di sicurezza di 150 metri nelle gallerie transalpine (come il Fréjus e il Monte Bianco) ma che spesso, in alcuni casi, consentono valori inferiori nella rete ordinaria o autostradale nazionale. E pensare che i più moderni dispositivi di controllo della velocità, che spesso sono «made in Italy» (e che vengono esportati anche all’estero), sono già predisposti per accertare anche il mancato rispetto della distanza. In mancanza di norme specifiche del Codice, comunque, tutto resta così com’è, in attesa della Provvidenza.

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Il nuovo Codice della Strada, introdotto nel 1993 al posto della precedente stesura del 1959, è stato rivisitato in modo consistente già in due occasioni, nel 2003 e nel 2011, e in altre ancora lo sarà (si pensi al dibattito, attualmente in corso, per consentire o meno ai ciclisti di percorrere contromano le strade urbane a senso unico). Eppure, curiosamente, non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi di adottare una disciplina chiara, univoca e di semplice comprensione per sapere come regolarsi con i veicoli che ci precedono.

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Del resto, perché stupirsi? Nel nostro Paese non si è nemmeno individuato un metodo unico per segnalare, ad esempio, se nelle Zone a Traffico Limitato urbane, sorvegliate dai dispositivi elettronici, si possa entrare o meno: a Roma hanno risolto con dei display con su scritto «Varco attivo» o «Varco non attivo», lasciando agli stranieri il compito di imparare alcune frasi nella nostra lingua, in altri Comuni ci si è invece affidati a dei semafori, in altri ancora si sono ritenuti sufficienti i cartelli, e così via. Ma niente paura: il nostro, è il paese dello spettacolare, della ripresa all’ultimo minuto, della Zona Cesarini, e di cose da fare ce ne sono parecchie. Non resta allora sperare che qualche politico, prima o poi, magari preso da un’irrefrenabile sindrome dell’apparire, voglia darsi da fare per emendare, introdurre, correggere, apportare e via elencando. Le buone prassi, del resto, ci sono. Basta ricopiarle. Sperando che nel frattempo non si trascenda a vie di fatto, come recitano gli attori di questa breve, incisiva fiction educativa sull’argomento.

https://www.youtube.com/watch?v=QeevBc-QafQ

Alessandro Ferri

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