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Ferrari 250 Testa Rossa 1958

Ferrari Classiche, l’atelier ufficiale di restauro dei cavallini d’epoca, ha terminato un altro capolavoro 

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Chi, meglio di chi ha a suo tempo progettato, costruito e direttamente gestito un’auto da competizione può restaurarla al top ma, soprattutto, in maniera del tutto aderente a ciò che la vettura effettivamente era?

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Questo è il compito di Ferrari Classiche che per ogni vettura di Maranello, stradale con più di 20 anni o da competizione indipendentemente dall’età, emette un «certificato di autenticità» sia in caso l’auto sia stata sottoposta a diretto restauro (è il caso della 250TR della quale parliamo oggi) o a ripristino o più semplicemente ad un controllo di conformità. 

Questo certificato è stato ovviamente rilasciato, crediamo con grande soddisfazione per il lavoro di restauro ed altrettanto orgoglio per il risultato, per la Ferrari TR Sport 1958, tornata ai suoi antichi splendori dopo un anno di restauro. 

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L’auto calcherà a breve le scene, pardon, i prati di Pebble Beach quello che negli USA è considerato il concorso più bello del mondo (e certamente lo è, se parliamo di nuovo mondo, ma se allarghiamo gli orizzonti noi potremmo opporre ai perfetti green made in USA l’incomparabile bellezza di Villa d’Este, poi ognuno giudichi in tutta libertà…). 

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Della Testa Rossa, progettata nel 1957 a seguito di un cambio dei regolamenti tecnici FIA (cilindrata massima ammessa: 3 litri) ne sono stati costruiti dal 1958 al 1961, 34 esemplari (19 con carrozzeria ponton come quella del modello appena restaurato) che hanno complessivamente portato a Maranello tre Campionati mondiali marche (1958, 1960 e 1961) attraverso affermazioni rimaste memorabili come la 1000 km di Buenos Aires del 1958, dove debutta in gara occupando i due più alti gradini del podio (prima la coppia Hill-Collins, secondo il trio Von Trips-Gendebien-Musso); ma nel carniere di questa micidiale arma da guerra notiamo altre gare prestigiose come la Targa Florio, sempre del ‘58, la 24 Ore di Le Mans (vittorie del 1960 e 1961 ottenute però con un’evoluzione successiva al modello che ci occupa), Sebring ed un secondo posto alla 1000 km del Nürburgring che allora si correva sul Nordschiefle.

Ma vediamo qualche caratteristica tecnica di questo grande classico non prima di aver ricordato che il suo nome discende dalla particolare verniciatura (rosso mattone semiopaco sabbiato) dei coperchi delle punterie che vennero così dipinti (questo narra la leggenda) da un meccanico Ferrari al quale avanzava un po’ di vernice rossa e poiché a quei tempi non si buttava niente…

Destinata tanto ai piloti ufficiali quanto ai gentlemen driver (tenuti in grande considerazione da Enzo Ferrari, sempre molto attento ai conti) la prima «TR» era equipaggiata con un 12 cilindri da 2.953,21 cc erogante 300 cavalli a 7.200 giri/min (una potenza di 100 cv/litro da un motore aspirato a quei tempi era un risultato eccellente, d’altra parte chi aveva firmato il progetto altri non era che Gioacchino Colombo). La batteria di 6 carburatori doppio corpo Weber era dissetata da un serbatoio carburante da 140 litri (il serbatoio occupava l’intero bagagliaio ed è stato costruito inferiormente attorno a ponte e trasmissione posteriori mentre superiormente ospitava in una apposita «nicchia», la ruota di scorta), i freni a tamburo dovevano rallentare un peso di 800 chilogrammi + equipaggio.

Vale la pena ricordare che, con pochi cambiamenti, la «TR» divenne la base di altre due leggende assolute dell’automobilismo sportivo con la celeberrima 250 GTO, e di quello stradale, con l’altrettanto bella e famosa Spyder California, ad avviso di chi scrive probabilmente la più bella spider mai prodotta al mondo, ovviamente nella versione «passo corto».

Un accenno infine al «vil danaro»: sono stati 29 i milioni di euro sborsati dal paperone di turno (rimasto ovviamente anonimo) per un esemplare simile a quello dell’articolo, ad un’asta organizzata all’inizio dell’anno da «Tom Hartley Jr» Derbyshire); del resto, lo abbiamo già sottolineato in un altro articolo, l’auto d’epoca – perlomeno quelle dal valore plurimilionario – stanno diventando sempre più un «bene rifugio» che permette di divertirsi e diversificare nel contempo i propri investimenti.

Giovanni Notaro

 

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