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Una vita in rosso Ferrari

“Un uomo di grande passione e capacità, un vero uomo Ferrari”: Luca di Montezemolo, Presidente della Ferrari, ha così sintetizzato la vita in rosso di Giulio Borsari, mostro sacro della meccanica scomparso la scorsa settimana

 

Nato a Montale nel 1925, Giulio Borsari ha dedicato tutta la vita alle corse: Maserati (10 anni conclusi con la conquista del Mondiale di Formula 1 con Juan Manuel Fangio), Paganelli, Scuderia Centro-Sud di Mimmo Dei che lanciò piloti del calibro di Bandini e Baghetti (solo per citarne due fra i più famosi) ed infine Ferrari (17 anni dal 1962 al ’79).

In quegli anni, forse fra i più significativi dell’automobilismo sportivo del dopoguerra, Borsari lavorò indifferentemente e con pari maestria tanto sulle Formula 1 quanto sulle vetture Sport Prototipi, che con le prime dividevano a pieno titolo attenzioni e cronache, peraltro spesso pilotate dai medesimi personaggi ed assistite dagli stessi meccanici.

Uscì dalla Ferrari alla fine di quel 1979 che diede il titolo iridato alla 312 T4 e a Jody Scheckter ma che consegnò Gilles Villeneuve alla leggenda. Possiamo ben immaginare con che emozione Giulio Borsari ritrovò, lo scorso 8 maggio a Fiorano, la “sua” 312T4, pilotata da Jacques Villeneuve in occasione della commemorazione dei trent’anni dalla scomparsa del padre Gilles.

Non solo meccanico, ma vero e proprio testimone di più epoche avendo lavorato a fianco di piloti e su macchine che hanno fatto la storia dell’automobilismo; tale era la sua passione che, sull’esempio del già esistente “Club Internazionale Ancién pilote”, il 14 luglio 1988 fondò il “Club Meccanici Anziani della Formula 1” seguendo inoltre le storiche di Maranello in veste di responsabile della commissione tecnica del “Ferrari Shell Historic Challenge” dal 2000 al 2008. In tale veste lo abbiamo conosciuto: un uomo schietto, affabile, con un sorriso un po’ sornione e – ma sarebbe inutile dirlo – di immensa competenza: vedere la sua mano accarezzare i leveraggi dell’acceleratore di una “Sport” del Cavallino e mettere velocemente a punto una carburazione con l’ausilio di cacciavite (piccolo) e orecchio (grande) ci ha commosso non poco, pensando all’asettico rapporto di interfaccia uomo-macchina di oggi. Del resto cosa ci si poteva attendere dall’uomo che la notte prima del Gran Premio di Germania del 1970, aprì il motore della 312B di Jacky Ickx e, a mano, con della semplice carta vetrata, mostrò come fare e limò assieme all’ing. Forghieri (che ha ricordato questo episodio proprio in questa triste occasione) l’albero motore dell’auto, ridando alle bronzine quel gioco che permise a “Pierino il Terribile” di battagliare strenuamente per il successo e salire sul podio assieme a Jochen Rindt?

Sempre per pura passione scrisse, con l’aiuto di Cesare De Agostini, “La Ferrari in tuta” (Ediz. Autosprint, 1980), la cui lettura rivelava un rapporto tutt’altro che idilliaco con il “Drake”, tanto che, in chiusura del libro, Borsari scriveva”la seconda copia di questo libro la darò ad Enzo Ferrari. Qualcuno leggerà ed io avrò la consolazione di non aver speso invano tanta parte della mia vita… La prima copia sarà invece per Clay Regazzoni”... Già, Regazzoni, ovvero la dimostrazione più profonda dell’amicizia che ha legato il meccanico al campione o, meglio, l’Uomo all’Uomo!

Redazione Motori360

 

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